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HUFO – The missing piece

di Enzo Aiello
a cura di Lorenzo Canova

Il 6 Marzo nello Spazio Menexa, nel pieno centro storico di Roma, sarà possibile visitare una mostra che non lascerà indifferenti, che proverà a scardinare paure ancestrali, antichi tabù e incrollabili dogmi.

Si tratta del “corpo” – sociale e individuale – e di pratiche di controllo e manipolazione che lo violano e lo mortificano ancora oggi, nel tentativo di deragliare la specie e rendere l’uomo captivus, docile e conoscibile, di controllare il suo piacere e la sua intimità.

Se con forza e decisione i diritti umani combattono contro le mutilazioni genitali femminili, ancora poco si parla, invece, della circoncisione neonatale maschile, che è la pratica più antica e diffusa del mondo. Oggi ci sono più di 600 milioni di circoncisi nel mondo, e forse la discussione etica mondiale non ha affrontato a dovere la questione, lasciando il giudizio alla fede e ad antiche credenze.

Da qui parte la ricerca di Enzo Aiello, che si è chiesto se sia etico praticare la circoncisione su un neonato, procurando un trauma che la mente non dimenticherà mai e privando il corpo di una sua parte importante, senza giustificabili ragioni mediche. La volontà è quella di aprire una possibile discussione, dando spazio in particolare alle voci di chi vorrebbe che la circoncisione non fosse neonatale, ma una scelta consapevole fatta da uomini adulti. 

Così Enzo Aiello, supportato dall’organizzazione italo-americana Foregen, ha iniziato un percorso di consapevolezza e di ricerca sull’argomento e, con approccio e metodo quasi scientifico, ha studiato la tecnica della circoncisione, con il semplice obiettivo di mostrare la grandezza reale della parte censurata del corpo umano maschile. 

Il risultato è impressionante, ed è quello che HUFO rappresenta.

Una scultura leggera nella forma ma pesante per la sua densità concettuale di metafore e di riferimenti, in un processo esecutivo e mentale che va dal pensiero rinascimentale alla Body Art: – così cita il testo critico di Lorenzo Canova.

I riferimenti artistici contemporanei individuati dal curatore sono tanti: dalle mutilazioni e le ferite autoinflitte degli azionisti viennesi, di Gina Pane a Marina Abramović, alla dimensione chirurgica di artisti come Orlan o Franko B, senza dimenticare inoltre gli apparati ortopedici in silicone di Matthew Barney e l’iperreale illusionismo angoscioso delle figure di Ron Mueck.

Con disorientante (iper)realismo, Enzo Aiello ha ricreato il prepuzio che viene asportato, dando forma ad una scultura a tutto tondo, incorniciata nel modulo geometrico di Vitruvio, dove diventa automaticamente “misura di tutte le cose”.

L’effetto è tuttavia volutamente allucinato e inquietante, proprio per la severa armonia classica della struttura, che rende la scultura cruda e quasi violenta come un trofeo di caccia o come un reperto di museo anatomico.  

Così HUman FOreskin, nella sua icastica e drammatica presenza, si trasforma in un’ipotesi di riflessione, in una proposta di ricerca e in un modello dialettico aperto e propositivo, in cui, come in ogni vera opera d’arte, si possono far convergere pensieri anche difformi e divergenti, in uno spazio di discussione in cui, da oggi in poi, il problema non potrà più essere eluso o dimenticato.

venerdì 6 Marzo 2015 – OPENING dalle h. 18.00 – la mostra dura un solo giorno
Spazio Menexa – via di Montoro 3, Roma – Associazione culturale KOU


BIOGRAFIA

Enzo Aiello  (Petronà,1963) Vive e lavora tra Roma e gli Stati Uniti. è un artista dedito alla creazione di mosaici artistici ed è altamente specializzato nel restauro di mosaici antichi. Si è formato allo Studio di Mosaico del Vaticano ed ha approfondito le tecniche musive presso La Scuola Mosaicisti del Friuli e la Scuola di Ravenna. Nel 1993 collabora con Rinaldo Piras alla realizzazione di mosaici per la casa di moda italiana REPLAY , nel 1998, sempre insieme a Rinaldo Piras e gli artisti Ginzel and Jones, realizza “Oculus”, 301 occhi in mosaico per la metropolitana di New York al World Trade Center . Nel 2003, insieme a Luca Buvoli, realizza “Dov’è laVittoria?” un mosaico di 3m x 4m in marmi policromi e pasta vitrea per la galleria Auto Ricambi  di Matteo Boetti a Roma. Nel 2005 insegna all’Accademia di Belle Arti di Ravenna . Nel 2009 realizza Mater Ecclesiae un mosaico di 2m x 3m in paste vitree ed oro sulla facciata della chiesa cattolica St John and Paul di Sewickley in Pennsylvania, USA.

HUFO  e’ il suo primo progetto autonomo di arte contemporanea, che si allontana dalle tecnica del mosaico per affrontare il tema controverso della circoncisione.

UFFICIO STAMPA
indolfipress@gmail.com

Si è costituita Kou

Dopo anni di attività volontaria e non disciplinata Kou si è data una forma legale costituendosi come associazione senza scopo di lucro.

Potremmo così dotarci di una struttura organizzata e creare strumenti più affidabili per portare avanti le nostre istanze a favore delle arti visive.

Evviva!

Tommaso Medugno @ Ventinovegiorni

Da mercoledì 8 ottobre 2014 – 19:00

Fino a martedì 4 novembre 2014 – 19:00

Tommaso Medugno è nato a Roma nel 1976, dove vive e lavora.

Si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma nel 2000.

Tra le attività espositive più recenti: Il Signore delle Mosche (personale, Galleria L’Union, Roma, 2007, a cura di Emanuela Nobile Mino); Start Up (Galleria Rosso20sette, Roma, 2012); Cowparade (Firenze, 2005, a cura di Gianluca Marziani). Ha inoltre collaborato, con sue opere originali, alla realizzazione delle copertine per la collana “I libri di Carver” composta da opere dello scrittore statunitense Raymond Carver e pubblicata dalla casa editrice Minimum Fax.

via Tommaso Medugno – Ventinovegiorni.

Monumento al Panino

Blitz al Campidoglio di Iginio de Luca – Roma, domenica 6 gennaio ore 12.00.
Un panino gigante al Campidoglio contro l’ordinanza anti-bivacco di Alemanno e più in generale contro il magna magna generale della nostra Italia.

Ladro lui, Ladra lei

Iginio De Luca interviene di nuovo sulla cronaca politica con un’altra “visualizzazione”.

Sabato 29 settembre alle ore 21, il palazzo della Regione Lazio diventa un grande lenzuolo bianco su cui  proiettare il film Ladro lui ladra lei, diretto da Luigi Zampa nel 1958, con Sylva Coscina e Alberto Sordi.

Il film descrive una Roma vergine di grandi palazzi e centri commerciali, con una vita ancora a misura d’uomo, che si avvia verso quello sviluppo senza progresso, come lo chiamerà Pasolini, degli anni successivi. Il personaggio di Alberto Sordi, popolano, imbroglione e trasformista come il suo contesto, fa da specchio tragicomico allo scandalo di oggi fatto di soldi pubblici trafugati, passaggi di colpe e di responsabilità.  La presidente Polverini, il consigliere Fiorito e tutta la giunta che governa il Lazio  sono classe politica emersa dal popolo, o meglio dai suoi difetti, e come “popolo” di Roma si muovono spavaldamente nel “gestire” denaro pubblico per scopi personali.

La “visualizzazione” di De Luca  trasforma il palazzo di vetro e cemento della Regione nello spettacolo indecente di se stesso. Quanto le cronache ci hanno fatto conoscere, De Luca , attraverso un nuovo readymade ambientale, lo sintetizza trasformando il palazzo nello schermo della “commedia all’ italiana” che dalla metà degli anni ’50 ha immortalato i mostri del nostro paese facendo delle loro azioni canagliesche le maschere della realtà nostrana: paese troppo spesso senza classe dirigente capace di un punto di vista oltre l’orticello maleodorante della convenienza immediata, sostanzialmente senza idee che non siano la sopravvivenza avida, egoista e cafona.

Il bianco e nero della pellicola con la sua evanescenza evoca i fantasmi di maschere lontane (quelle che dalla commedia dell’arte sono scivolate senza soluzione di continuità nel cinema) la cui scellerata simpatia contrasta con l’arroganza e protervia dei nuovi mostri della cronaca politica attuale. Il bianco e nero evoca le debolezze di eroi negativi che aggiravano furfantescamente la regola del potere nell’impossibilità di ascendere nella scala sociale che sentivano preclusa o, spesso, faticosa rispetto alla loro incancrenita indolenza. I mostri a colori delle cronache quotidiane, invece, sono il Palazzo, evocato e dannato da Pasolini, fattosi gente; sono tutt’uno con la regola che si costruiscono a loro uso e consumo, salvo essere smascherati per delle pieghe “impreviste” del corso delle cose (come nelle migliori trame della fiction, appunto), quando la rete si smaglia per un accidente. La scellerata simpatia di Alberto Sordi e Sylva Coscina finisce così per aumentare la stratosferica lontananza dagli equivalenti politici contemporanei, chiusi nella loro autoreferenziale pochezza, senza nemmeno la redenzione  inscritta in quell’antica tragicomica disperazione delle maschere della commedia.

Elvio Chiricozzi @ Ventinovegiorni

Elvio Chiricozzi è il primo artista invitato a Ventinovegiorni, una rassegna di arte contemporanea curata da Federica La Paglia dedicata al concetto di resistenza e che vedrà alternarsi, nello Spazio Menexa a Roma, un’opera alla volta al ritmo del plenilunio.

Il lavoro di Elvio Chiricozzi (Viterbo 1965, vive e lavora a Roma) si fonda su una riflessione intimista che lo conduce ad una elaborazione poetica del suo intorno, dalla figura umana ai fenomeni della natura. Ne emerge una produzione di continua osmosi tra l’interno e l’esterno.

Alla prima personale, potrebbe essere sera a cura di L. Pratesi, MLAC, Roma 1994, sono seguite numerose altre mostre. Tra le collettive si ricordano la XII Quadriennale di Roma nel 1996, Fuori Uso, Pescara 1999,  Giganti ai Fori Imperiali, Roma 1999 e Futuro italiano, Parlamento Europeo, Bruxelles 2003. Tra le personali: Migranti (opere realizzate con Roberto Pietrosanti), galleria Pino Casagrande, Roma 2000, Mi apparisti vestita, A.A.M. Architettura e Mara Coccia, Roma 2000, Occhi con le piume, a cura di Alessandra Sette e Paola Magni, Teatro India, Roma 2000, Ciò che non muta, Fondazione Volume!, Roma 2010 – testi di P.Aita, Un brusio d’ali, a cura di F. Paludetto con testi di J.Trolp, Castello di Rivara, Torino 2011.

Nel 2002 il suo lavoro Né in cielo né in terra (1999) entra a far parte della Collezione permanente delle Nazioni Unite a Ginevra e nel 2004 realizza un’opera permanente per l’ospedale Axena di Salonicco in Grecia.

www.ventinovegiorni.it

Ventinovegiorni di resistenza

Ventinove giorni è il tempo che impiega la luna a diventare piena, fenomeno che gli antichi credevano scatenasse le massime potenzialità dell’energia cosmica, influenzando le risposte della natura e degli esseri viventi. Il plenilunio, dunque, segna il picco del vigore fisico, mentale e spirituale, stimolando ogni volta un risveglio, come quello di chi resiste alla durezza della società, alla decadenza culturale, alla crisi economica, allo sfruttamento dell’ambiente o, più semplicemente, alle difficoltà del vivere quotidiano.

Il progetto ventinovegiorni insiste proprio sulla relazione tra il risveglio dell’energia della natura e questa spinta dell’uomo. E così le date del plenilunio, usate come scadenzario, diventano elemento costituente della rassegna, occasione propizia e “causa scatenante” dell’espressione – diretta o evocativa – di resistenza.

Ad ospitare la visione degli artisti non è un tradizionale spazio espositivo, ma un luogo di altro lavoro, aperto però dove una volta vi erano gallerie. Il posto già esprime una sfaccettatura della resistenza, quella dell’arte e di chi continua a credere nella cultura.

In un periodo di profonda crisi, non soltanto economica, dopo le riflessioni in ordine alla necessità del cambiamento di organizzazione del sistema finanziario e delle strutture sociali, accanto alle considerazioni e rielaborazioni teoriche circa il ruolo degli Stati nelle relazioni internazionali, dopo l’accavallarsi di incitazioni al sacrificio del singolo cittadino, appare necessario guardare alle sfaccettature dell’istintivo o determinato atteggiamento dell’individuo (qui inteso come uomo e cittadino) verso le difficoltà dell’oggi.

Pur non potendo, e non volendo, dimenticare il gran numero di persone che negli ultimi anni si è tolto la vita in preda alla disperazione, scegliamo – in questa occasione – di guardare all’alternativa di speranza. L’unica altra possibilità è dunque la resistenza. La resistenza intesa come opposizione ma anche come affermazione, come denuncia e lotta quotidiana, ma anche come atto propositivo, rivendicazione e persistenza nel fare, nonostante tutto.

La presa di coscienza di vivere in un mondo totalmente da ridiscutere nei suoi fondamenti socio-economici scatena quella miscela di rabbia e disillusione – al cadere dei capisaldi della propria vita ( i diritti fondamentali o il sistema sociale da una parte, il capitalismo feroce dall’altra) – che, se da una parte induce all’oscurità, dall’altra paradossalmente irrompe come un lampo di determinazione, assimilabile all’istinto di sopravvivenza.

La rassegna ventinovegiorni intende proporre una lettura della contemporanea idea di resistenza in termini ampi, che abbraccino non soltanto un’aperta dichiarazione politica, ma che pure facciano riferimento ad un aspetto più intimo ed introspettivo, anche evocativo. In questo contesto, dunque, lo sguardo sulle molte sfaccettature del vivere si sviluppa in senso largo, di volta in volta esplicitamente critico o metaforico.

Dal 30 settembre 2012 in poi, ogni ventinove giorni, sarà presentata l’opera di un artista nello spazio Menexa, sviluppandosi allo stesso tempo on line con ulteriori interventi visivi o testuali.

Obiettivo di ventinovegiorni è creare un microambiente di riflessione sulla condizione sociale ed emotiva del vivere d’oggi, attraverso sguardi trasversali.

Federica La Paglia, curatore di ventinovegiorni (di resistenza)    

In riferimento all’attaccamento alla vita si veda: Giuseppe Ungaretti, Veglia. Cima Quattro il 23 dicembre 1915 . Il poeta, in trincea durante la Prima Guerra Mondiale, accanto al corpo massacrato di un commilitone, durante una notte di plenilunio, esprime la sua struggente resistenza alla morte.

www.ventinovegiorni.it

Happy Kou Year

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Le voci di dentro

Iginio De Luca

Le voci di dentro

a cura di Franco Speroni

21 luglio ore 20,30 – via Panisperna 100 Roma
per informazioni:
tel./ fax 06 4741881
mobile 392 0318164
info@spaziosenzatitolo.org
www.spaziosenzatitolo.org

Senzatitolo ospita una visualizz-azione di Iginio De Luca dal titolo Le voci di dentro. La proiezione delle immagini di opere, tutte appartenenti alla Collezione della GNAM, e dai titoli chiaramente allusivi alla situazione in cui versa la politica culturale in Italia, transiterà in streaming dalla facciata esterna dell’ala Cosenza, da anni in attesa di ristrutturazione, all’interno di uno spazio privato.

Questo nuovo intervento di Iginio De Luca si presenta come il viaggio ( tele-trasporto e/o metamorfosi) di opere, viventi all’interno di uno spazio istituzionale, in grado di diventare icone elettroniche, atti di denuncia e fantasmi capaci di ri-materializzarsi nei locali dello spazio privato di via Panisperna.

Le implicazioni e le suggestioni di questo corto-circuito tra pubblico e privato forniranno nuovi spunti di riflessione sulla funzione sociale e politica dell’espressione artistica .

Sauro Radicchi:  tecnico audio-video; Massimiliano Padovan:  streaming; “Kou”: comunicazione visiva

LE VOCI DI DENTRO

qui si sta svolgendo il giudizio universale e noi non ce ne siamo accorti… ma io mi vergogno di appartenere al genere umano, ma pe carità, io… io vulisse esse scimmia, nu pappagallo…

Eduardo De Filippo, Le voci di dentro, 1948

Una settantina di immagini, in streaming, transitano dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma allo  Spazio Senzatitolo di via Panisperna. Proiettate sull’esterno dell’ala Cosenza della GNAM, che per l’occasione funziona come uno schermo, le opere selezionate tra quelle contenute nel museo appaiono, in dissolvenza, come ectoplasmi all’interno della galleria privata con tanto di titolo, messo bene in evidenza con le didascalie esplicative. I titoli sono proprio le voci di dentro che provengono dal museo con la sua grande storia e con i suoi altrettanto grandi problemi che fanno proprio della controversa ala progettata da Luigi Cosenza uno spazio non utilizzato, morente. I titoli delle opere sono il riferimento esplicito ad una condizione che è lo specchio della situazione della cultura in Italia a seguito di inefficienze, tagli di spesa, ignoranza e arroganza della casta, assenza di progetto e di visione a lungo termine, per non parlare di un disegno più o meno consapevole d’intolleranza per tutto ciò che sfugge  al controllo diretto. Le voci di dentro indicano in maniera evidente questa condizione, attraverso titoli allusivi, di stampo simbolista, più che mai attuali e che si susseguono come fossero una sceneggiatura poetica, un unico testo-lamentazione pungente ed ironico.

Iginio De Luca li ha scelti proprio per questo: “Paesaggio al tramonto”, “Il gioco interrotto”, “Il malatino”, solo per ricordarne alcuni,  diventano scritte concettuali persino più evidenti dell’immagine stessa. Come in genere accade nella fotografia, il titolo -indice semiotico- è il punctum condivisibile da tutti, rispetto all’immagine che potrebbe invece confondersi in una memoria troppo privata ovvero in un’estetica specialistica.  Al contrario i titoli, le voci, mettono insieme “soggetti” diversi, li mobilitano coralmente per farli parlare. Il museo fuori delle sue mura, ospitato virtualmente da una galleria privata, esce con la forza indicale del titolo, un po’ come i libri di cartone che facevano scudo, sempre col titolo ben visibile, agli studenti che protestavano contro i tagli all’università: i book blocks di Londra, Parigi e Roma del dicembre scorso.

Il riferimento alla famosa commedia di Eduardo è, di conseguenza, più che mai pertinente. Non solo per l’evocazione magica, tra sogno e realtà che lo streaming evoca, creando un’atmosfera simile a quella del testo di Eduardo dove il protagonista Alberto Saporito, attraverso il sogno, prendeva atto di una situazione altrimenti incredibile, ma soprattutto perché i tempi si assomigliano: il 1948, la ricostruzione tradita del dopoguerra, rispetto ad un progetto democratico più radicale a cui Eduardo faceva implicito riferimento, e i tempi attuali segnati più che mai dalla necessità urgente di un progetto che non c’è, per uscire dallo stallo che incancrenisce. Sottofondo delle immagini è, infatti, la musica dell’intervallo storico della RAI. Quell’intervallo lento e un po’ malinconico della TV in bianco e nero, esteticamente rivelatore di un’Italia pre-consumistica. L’intervallo – appunto – lo stallo, che De Luca ha già utilizzato, in altro modo, sulla facciata di Palazzo Chigi con  “Pastore a Montecitorio”, quando proiettò sul palazzo un video di pecore al pascolo (in questo caso le immagini storiche dell’intervallo RAI), allusivo, in quel momento preciso (dicembre 2010), alla compravendita del voto.

Anche questa che si svolge tra Valle Giulia e via Panisperna, è un’azione e non solo la proiezione concettuale di immagini all’interno della galleria. Questo è un aspetto sostanziale da tener ben presente. Infatti, come nelle altre azioni, che sarebbe meglio chiamare visualizz-azioni , “Pastore a Montecitorio” o “Lavami” sulla cupola della Basilica di S. Pietro, De Luca  organizza delle azioni per visualizzare in un evento temi importanti – spesso di cronaca politica – che ci toccano da vicino. Le grammatiche della Street Art  o più in generale dell’Arte Pubblica  sono utilizzate per creare l’evento, come in altro modo ha fatto di recente presso la casa della memoria di via Tiburtina, con l’installazione sonora “Stiamo lavorando per noi”.

La visualizz-azione è una particolare sintesi visiva, naturalmente fuori dell’hortus conclusus della cornice e della ricerca formale tipicamente moderna, ma anche lontana dal perturbante ermetico tipico delle installazioni. Le visualizz-azioni di De Luca, infatti, rendono evidente l’intenzione dell’artista, non sono ermetiche, e creano attenzione e partecipazione  attraverso il mix di format prima ancora che di linguaggi presi dalla cronaca contemporanea. Senza soluzione di continuità, la strada, il backstage di stampo televisivo che costruisce l’evento e che è evidente soprattutto nel caso de “Le voci di dentro”, le immagini della storia, i supporti ipercodificati dell’architettura dove le immagini vengono proiettate… costruiscono un insieme più importante della semplice somma delle parti. Per queste caratteristiche, le visualizz-azioni di De Luca sono vicine all’estetica densa e porosa propria dei Socialnetwork, al loro carattere evenemenziale, attento alla cronaca, partecipativo ed eticamente responsabile e che prende l’aspetto di piattaforme fatte di associazioni fluide, veloci, anche ironiche e letteralmente complesse.

Franco Speroni

Quotare i titoli

Nel proseguire l’annosa riflessione su come siano sciatti i titoli dei film italiani, il vagare sul web ha portato alla luce questo mix ospitato su YouTube che mostra 158 titoli di film anglo-sassoni.

L’inverno è finito e anche Kou deve uscire dal letargo, ma quanti inverni sono passati sulla motion graphics italiana … e la domanda è sempre se questa sia o non sia una strada senza uscita. Percui, anche se questi titoli non sono la totale incarnazione delle nostre ambizioni grafiche … guardare e riflettere nella speranza che in un futuro non troppo lontano almeno i titoli dei nostri film abbiano una quotazione, visto che l’economia è quella che è!

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Iginio De Luca colpisce ancora

Pecore a Palazzo Chigi

Intervento video-sonoro in Piazza Colonna, Roma, 11 dicembre 2010, ore 21.00

Dopo “Lavami”, la proiezione luminosa apparsa poche settimane fa sulla cupola di S. Pietro, Iginio De Luca colpisce ancora. Questa volta con un tono diverso, più da neo-paesaggista barocco che da “graffitista”, De Luca continua comunque ad incidere i suoi segni virtuali sulla città, animato da passione civile e politica. Ora è palazzo Chigi, sede del governo, che viene utilizzato come grande schermo sul quale proiettare le immagini di un gregge ripreso dal vivo, mentre intorno tutta la piazza Montecitorio si trasforma in un’installazione sonora riempita dalla voce di un pastore che richiama il gregge. “Pastore a Montecitorio” è il titolo di questa ultima azione visiva e sonora che nonostante la velocità dell’incursione da Street art, trasformerà uno dei luoghi istituzionali più importanti d’Italia, in un lento paesaggio visionario a grandezza naturale, richiamando in parte anche le origini remote del luogo. Il palazzo limitrofo progettato da Bernini è infatti un capolavoro architettonico che dissimula nella decorazione elementi naturali, rocce e rami spezzati e nell’insieme si adegua all’andamento curvilineo del piccolo “monte” che ha dato il nome al sito, come fosse un’altura di uno dei tanti paesaggi pastorali di fantasia del Seicento. Il gregge, la voce del pastore richiamano un tempo lontano, arcaico ed arcadico che trasforma il palazzo in uno schermo liquido ma, come ci ha abituati De Luca, anche questa volta il suo intervento pubblico funziona quasi come fosse un “articolo di fondo” su un quotidiano. Puntuale, infatti, l’artista utilizza il palazzo del governo mentre quello della camera è chiuso, in attesa del fatidico 14 dicembre, giorno in cui verrà votata la fiducia al governo. In questa attesa l’autore inscena uno stallo che è un intervallo politico, da molti denunciato come la fase di compravendita dei voti: una vacanza di vera politica, quindi, che De Luca denuncia come grave assenza. La voce ancestrale del pastore è il cuore dell’evento che scuote una situazione di stallo generale, politico e sociale: un segnale forte di altri tempi, un suono umano ma anche selvaggio che non è fatto di parole comprensibili ma di energia sonora, sintomo di un umore che cova, di una direzione necessaria da prendere, di un progetto da affrontare. La proiezione in bianco e nero sulla facciata contribuisce ad innescare una serie di metafore: lo storico intervallo televisivo tra una trasmissione e l’altra, che è immediatamente richiamato, trasforma palazzo Chigi in un grande schermo TV che trasmette un programma che non c’è, tanto l’intervallo sta ad indicare l’assenza di trasmissione, il punto morto tra un prima che non c’è più ed un dopo che deve ancora venire. In questo tempo inerte le pecore pascolano abbandonate a se stesse: è il tempo appunto del mercato del voto. Come un “articolo di fondo”, appunto, il messaggio è chiaro nonostante l’uso metaforico di immagini e suoni che vengono da lontano ma il suo scopo ovviamente non è solo la trasmissione di un messaggio bensì reinventare un linguaggio in grado di raccontare il presente. Così De Luca traduce un pensiero in un evento da percepire sensibilmente prima ancora che razionalmente e aggiunge un elemento ulteriore al suo percorso che è la forza evocativa dei luoghi – usati come readymade ambientali – colti velocemente nell’attimo in cui essi stessi sono in grado, se aiutati, di visualizzare una situazione che ci riguarda tutti.
Franco Speroni

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