Ladro lui, Ladra lei

Iginio De Luca interviene di nuovo sulla cronaca politica con un’altra “visualizzazione”.

Sabato 29 settembre alle ore 21, il palazzo della Regione Lazio diventa un grande lenzuolo bianco su cui  proiettare il film Ladro lui ladra lei, diretto da Luigi Zampa nel 1958, con Sylva Coscina e Alberto Sordi.

Il film descrive una Roma vergine di grandi palazzi e centri commerciali, con una vita ancora a misura d’uomo, che si avvia verso quello sviluppo senza progresso, come lo chiamerà Pasolini, degli anni successivi. Il personaggio di Alberto Sordi, popolano, imbroglione e trasformista come il suo contesto, fa da specchio tragicomico allo scandalo di oggi fatto di soldi pubblici trafugati, passaggi di colpe e di responsabilità.  La presidente Polverini, il consigliere Fiorito e tutta la giunta che governa il Lazio  sono classe politica emersa dal popolo, o meglio dai suoi difetti, e come “popolo” di Roma si muovono spavaldamente nel “gestire” denaro pubblico per scopi personali.

La “visualizzazione” di De Luca  trasforma il palazzo di vetro e cemento della Regione nello spettacolo indecente di se stesso. Quanto le cronache ci hanno fatto conoscere, De Luca , attraverso un nuovo readymade ambientale, lo sintetizza trasformando il palazzo nello schermo della “commedia all’ italiana” che dalla metà degli anni ’50 ha immortalato i mostri del nostro paese facendo delle loro azioni canagliesche le maschere della realtà nostrana: paese troppo spesso senza classe dirigente capace di un punto di vista oltre l’orticello maleodorante della convenienza immediata, sostanzialmente senza idee che non siano la sopravvivenza avida, egoista e cafona.

Il bianco e nero della pellicola con la sua evanescenza evoca i fantasmi di maschere lontane (quelle che dalla commedia dell’arte sono scivolate senza soluzione di continuità nel cinema) la cui scellerata simpatia contrasta con l’arroganza e protervia dei nuovi mostri della cronaca politica attuale. Il bianco e nero evoca le debolezze di eroi negativi che aggiravano furfantescamente la regola del potere nell’impossibilità di ascendere nella scala sociale che sentivano preclusa o, spesso, faticosa rispetto alla loro incancrenita indolenza. I mostri a colori delle cronache quotidiane, invece, sono il Palazzo, evocato e dannato da Pasolini, fattosi gente; sono tutt’uno con la regola che si costruiscono a loro uso e consumo, salvo essere smascherati per delle pieghe “impreviste” del corso delle cose (come nelle migliori trame della fiction, appunto), quando la rete si smaglia per un accidente. La scellerata simpatia di Alberto Sordi e Sylva Coscina finisce così per aumentare la stratosferica lontananza dagli equivalenti politici contemporanei, chiusi nella loro autoreferenziale pochezza, senza nemmeno la redenzione  inscritta in quell’antica tragicomica disperazione delle maschere della commedia.

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